Occhio agli interventi troppo duri…

Questa settimana ci occupiamo della perseguibilità in ambito penale a seguito di interventi avvenuti durante l’attività agonistica ovvero condotte lesive poste in essere durante lo svolgimento di manifestazioni sportive. Questo perchè, sulla base di tale considerazione, i soggetti (fisici e/o giuridici) attualmente tendono a tutelarsi innanzi all’autorità ordinaria, non risultando gli organi di giustizia sportiva 

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avvocato-nel-palloneQuesta settimana ci occupiamo della perseguibilità in ambito penale a seguito di interventi avvenuti durante l’attività agonistica ovvero condotte lesive poste in essere durante lo svolgimento di manifestazioni sportive. Questo perchè, sulla base di tale considerazione, i soggetti (fisici e/o giuridici) attualmente tendono a tutelarsi innanzi all’autorità ordinaria, non risultando gli organi di giustizia sportiva idonei a stabilire dei risarcimenti economici in favore delle (presunte) parti lese ed a condannare, con pene coercitive, gli atleti scorretti che divengono dapprima indagati e successivamente imputati. Tale ragionamento deve essere effettuato soprattutto per quanto riguarda il mondo dilettantistico e dei settori giovanili, caratterizzato dall’accrescersi di azioni penali, a seguito di querele per lesioni colpose o dolose.

LE NORME IN MATERIA – Ebbene, un’introduzione all’argomento non può prescindere dal menzionare gli articoli 582 c.p. e 590 c.p. i quali, rispettivamente, dispongono il reato di lesioni personali e di lesioni personali colpose. In relazione a tale argomenti la dottrina si è affannata nel cercare di stabilire un criterio generale che potesse delineare i margini entro cui rendere legittime le condotte degli atleti. Naturalmente, vi è la consapevolezza di non poter uniformare tutti gli sport ad un unico criterio valutativo ma si dovrà, volta per volta, aver contezza della pratica sportiva di cui si parla.

IL COSIDDETTO “RISCHIO CONSENTITO” – Molto spesso viene chiamata in causa la discriminante del “rischio consentito” all’interno dell’art 50 c.p., riconoscendo valenza quale “consenso dell’avente diritto” a tutti gli effetti e conseguenze derivanti dallo svolgimento della pratica sportiva. Però, si sono susseguite negli ultimi anni una serie innumerevoli di sentenze da parte della Suprema Corte di cassazione che delineano in maniera esplicita l’argomento, tra le quali la sentenza Cass. Sez IV, 7 ottobre 2003 e la sentenza Cass. Sez. V, 20 gennaio 2005, n. 19473 che evidenziano il rapporto tra gli illeciti sportivi e la lealtà nel medesimo ambito. Infatti, non tutti gli illeciti regolamentari presuppongono una violazione dei doveri di lealtà.

IL RUOLO DELL’ARBITRO – A prescindere dalla disciplina e dalla soglia del rischio consentito, andrà considerato come l’aver commesso un fallo od una scorrettezza non rappresenti, di per sé, indice di violazione dei doveri di lealtà ed, inoltre, sussistono casi in cui, nonostante l’arbitro non abbia ravvisato gli estremi per sanzionare il comportamento quale antisportivo, l’azione penale è stata comunque incardinata. Infatti, se è vero che l’arbitro è giudice insindacabile sul campo di gioco, è, altresì, vero che taluni gesti da sanzionare possono sfuggire al proprio occhio e che, per un (umano) errore di valutazione, altri che andrebbero sanzionati non lo siano. Potrà, pertanto, essere perseguito un comportamento quand’anche non fosse stato ravvisato falloso dall’arbitro. Conseguentemente, ai fini della rilevanza nel processo, il referto arbitrale non assume una pregnante importanza, però, lo stesso giudice di gara potrà essere sentito quale teste nel corso del dibattimento unitamente agli assistenti che ne coadiuvarono l’arbitraggio, rappresentando una fondamentale fonte di ricostruzione dei fatti da parte di un soggetto “terzo”.

QUANDO SI PUO’ PARLARE DI “DOLO” – Analizzato questo primo aspetto, diviene necessario comprendere quando un gesto agonistico superi i limiti consentiti. Appurato che non è sufficiente l’antisportività del gesto, è doveroso discernere tra la condotta comportante un’imputazione ai sensi dell’art 590 c.p. e la condotta comportante un’imputazione ai sensi dell’art 582 c.p. Partendo da quest’ultima, quella cioè relativa al reato di lesioni personali, è evidente come l’elemento soggettivo del “dolo” vada ricondotto alla reale ed inequivocabile intenzione di ledere all’integrità fisica dell’avversario. Perchè si abbia una simile situazione la competizione agonistica deve apparire, oltre ogni fondato dubbio, quale mera occasione per il compimento della scorrettezza. Basti pensare alle risse o alle cosidette “imboscate” che purtroppo avvengono non di rado al rientro negli spogliatoi. Ancor più evidente sarà la perseguibilità penale in relazione a condotte avvenute tra atleti, al termine non solo dell’incontro ma anche delle procedure di vestizione, prima di lasciare la struttura ove è situato l’impianto di gioco. Simili fatti accaduti dopo un cospicuo lasso di tempo dalla fine dell’incontro non possono assolutamente considerarsi attinenti alla competizione e varranno, in situazioni simili, le norme del codice penale senza bisogno di scomodare la teoria del rischio consentito. Per quanto riguarda l’aspetto del fallo avvenuto durante l’azione di gioco, fin tanto che l’intervento, anche se duro nelle forme e nei modi, sia rapportabile alla (tentata) azione di gioco, non si debba propendere per la perseguibilità penale. Interventi anche pericolosi, scomposti o, come si suol dire, cattivi non potranno trovare giustizia nelle sedi ordinarie se finalizzati ad ottenere un vantaggio. Quando parliamo di connessione al gesto tecnico sportivo intendiamo affermare che, sino a quando l’intervento risulti collegabile alla giocata sportiva, l’atleta non dovrà essere indagato.

L’AUMENTO DEL NUMERO DEI PROCESSI – Naturalmente, negli ultimi anni sono proliferati i processi penali per eventi di cui alle competizioni sportive trovando terreno fertile nel dilettantismo e nei campionati giovanili sulla base del fatto che si intravede un eventuale risarcimento una fonte di ricavo, con la conseguenza di incardinare l’azione per costituirsi parte civile nel dibattimento. Alla base di tutti questi aspetti, però, deve sottolinearsi la maleducazione costante che si ha all’interno dei campi di gioco dilettantistici nei quali, molto spesso, ci sono persone che tendono a sfogare i loro istinti animaleschi senza considerare che lo sport, a certi livelli, dovrebbe essere preso come una passione.

Matteo Sperduti

(per maggiori chiarimenti o per una consulenza contattare il fiduciario A.I.C., Matteo Sperduti, al numero 3385459992 o all’indirizzo e-mail willsper55@libero.it)

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