Quelle “partitelle” tra amici…

Altra settimana, altro appuntamento con la nostra rubrica e con un nuovo, importante argomento da trattare. Questa volta ci occuperemo delle famose partitelle amatoriali che si giocano tra amici e, soprattutto, dei falli che solitamente le caratterizzano. Un argomento che ha avuto un notevole riscontro anche nelle cronache giudiziarie, come testimoniato da una sentenza della 

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avvocato-nel-palloneAltra settimana, altro appuntamento con la nostra rubrica e con un nuovo, importante argomento da trattare. Questa volta ci occuperemo delle famose partitelle amatoriali che si giocano tra amici e, soprattutto, dei falli che solitamente le caratterizzano. Un argomento che ha avuto un notevole riscontro anche nelle cronache giudiziarie, come testimoniato da una sentenza della Corte di Cassazione che ha regolamentato questo tipo di situazioni.

LA SENTENZA – La Quinta Sezione Civile della Corte di Cassazione (Sent. n. 44306/2008) ha stabilito che commette reato chi pone in essere delle azioni scorrette e dei contrasti di gioco troppo forti nelle partite di calcio tra amici. Infatti, la Corte ha chiarito che configura un illecito penale la condotta di un calciatore che, nel corso di una partita a livello dilettantistico, provoca lesioni gravi ad un avversario, commettendo ai suoi danni un fatto volontario di tale durezza da esporlo ad un rischio superiore a quello accettabile dal partecipante a tale genere di competizione. Inoltre, qualifica come grave la condotta di un difensore di una squadra di calcio resosi responsabile di aver atterrato da tergo, colpendolo con un calcio ad una gamba, un avversario provocandogli così una frattura alla tibia, guaribile in più di quaranta giorni.

L’APPLICAZIONE DELLA SENTENZA – Tale principio può applicarsi anche nel caso di una partita di calcio che si svolge in modo amichevole tra compagni di scuola perché, in ogni caso, deve essere escluso il gioco pericoloso, consistito nello sgambetto, cioè nell’azione di chi incrociando il proprio piede con le gambe dell’avversario tenta di farlo cadere per arrestare irregolarmente l’azione. Questa azione viene considerata estranea alle caratteristiche della partita amichevole o amatoriale, nella quale il rischio di subire lesioni gravi, con effetti permanenti non solo non è preventivato ma anche non può essere accettato.

CORRELARSI AL TIPO DI COMPETIZIONE – Quindi, la condotta del giocatore non professionista deve essere correlata al tipo di competizione in atto, tanto da essere richiesta una particolare cautela e prudenza per evitare il pregiudizio fisico all’avversario e, quindi, un maggior controllo dell’ardore agonistico non equiparabile a quello che caratterizza le competizioni sportive tra professionisti, le cui azioni impetuose, invece, sono scriminate nei limiti del rischio consentito. In questo modo, viene affermato che verrà commesso un reato solo quando si supererà il rischio consentito ma la condotta dell’atleta potrà considerarsi lecita soltanto quando rispetti in toto le regole specifiche della disciplina praticata.

C’E’ FALLO E FALLO… – Si è altresì evidenziata la differenza tra il fallo commesso in una fase statica della competizione, ed il caso del fallo commesso nel mentre della gara, anche con foga agonistica, con l’intento di fermare o contrastare l’avversario. Nella prima ipotesi si parla del fallo a gioco fermo: sempre più numerose sono le decisioni in cui viene condannato l’atleta che commette un fallo a gioco fermo perché si presume che nella fase statica della gara non ci sia contatto fra gli atleti, pertanto l’uso della violenza non è richiesto, quindi, è sintomo di una gratuita aggressione all’avversario. Nell’altra ipotesi, invece, si deve analizzare il fatto storico, in modo da poter delineare il tipo di competizione (professionistica o amatoriale; agonistica o meno; amichevole, allenamento, ecc), in relazione alla quale l’atleta dovrà modulare la propria irruenza e foga sportiva, nel rispetto delle regole tecniche dello sport, ma soprattutto nel rispetto dell’avversario e dei generali principi di lealtà e correttezza sportiva (c.d. fair play), che ormai sono alla base di tutte le competizioni sportive e dei relativi regolamenti. In conclusione, non piace perdere a nessuno soprattutto nelle partite amatoriali fra amici ma, da tali pronunce, bisogna estrapolare il principio secondo il quale è sempre meglio moderare la propria “sete di vittoria” perché da un fallo potrebbe scaturire una denuncia penale che andrebbe a gravare sulla propria “fedina penale”.

Matteo Sperduti

(per maggiori chiarimenti o per una consulenza contattare il fiduciario A.I.C., Matteo Sperduti, al numero 3385459992 o all’indirizzo e-mail willsper55@libero.it)

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